La sottigliezza, il confine che passa appena più in alto delle spiagge e delle scogliere, marca un tratto culturale decisivo nella storia e nello sviluppo della zona. I binari hanno poco spazio per appoggiare e svilupparsi: da una parte è il Carso, con le sue geologiche peculiarità abbinate ad un passato storico importante, dall'altra il mare, che permise a Trieste di crescere fino a diventare il principale porto asburgico, e le permette di essere tuttora centrale nei traffici marittimi tra l'Europa centro-orientale e l'Asia.
Il golfo è connubio tra tutti questi elementi.
Il carselo designa il secchio ma anche e soprattutto i crepacci, le spaccature della roccia da evitare accuratamente: negli abissi di questi burroni infatti abita lo Skrat. Ha la statura di un nano, indossa una giacca verde ed un berretto rosso con una lunga nappa. Nel suo regno misterioso sta seduto e, da una scodella di coccio, mangia polenta di grano saraceno. Chi getti un sasso nel carselo e colpisca la scodella, verrà portato via dallo Skrat. Spesso però, dopo averlo gettato, non si sente il tonfo del sasso. Allora si dice che lo Skrat l'ha acchiappato al volo o il diavolo ha portato via il rumore dello schianto. Se un contadino si azzardasse ad entrare nella voragine alla ricerca di una mucca caduta dentro o di un animale delle caverne lo Skrat gli spegnerebbe la torcia o la lanterna; in quel malaugurato caso, il malcapitato si salverebbe solo se avesse con sé un rosario o un santino.
L'etimologia ed il folklore sono indizi e commentari della principale caratteristica di queste montagne: le rocce calcaree che le compongono, infatti, sono oggetto di una costante erosione e modellamento operato dall'acqua, in un fenomeno chimico di precipitazione e dissoluzione detto, appunto, carsismo. L'acqua scorre sotto, e crea maestosi mondi di grotte e di paesaggi tra i più interessanti del suolo terrestre: la Grotta Gigante, presso Sgonico, potrebbe ospitare l'intera basilica di San Pietro, ed offre un belvedere spalancato su questa immensa cavità. Facilmente raggiungibile da Trieste, è un precario palcoscenico di ricercati ornamenti naturali e preziosi addobbi di stalattiti e stalagmiti, delle quali l'annesso museo speleologico fornisce ampie e dettagliate descrizioni.
Nelle tipiche doline, imbuti di roccia permeabile, trovavano invece precario rifugio dalla Bora i soldati durante la prima guerra mondiale: tra il 1915 e 1917 il confine di guerra italo-austriaco era su queste montagne. Sono queste tra le formazioni più tipiche di queste montagne, imbuti aperti e allargati a forza dalle acque: quando la terra rossa che trascinano otturerà lo scarico centrale verrà meno la funzione idrovora, e altra terra rossa portata dall'acqua piovana chiuderà il fondo.
Una dolina sprovvista del fondo, che ha ancora dunque la funzione di inghiottitoio, è detta foiba; questo nome è purtroppo tristemente famoso per le vicende della seconda guerra mondiale. Prendono infatti il nome da questa particolarità naturale i massacri avvenuti tra il 1943 e il 1949 dai partigiani iugoslavi: solo una parte in effetti avvenne esattamente in queste formazioni, ma il termine indica per estensione anche le sparizioni e le morti di italiani nei territori occupati dalle Forze iugoslave, siano essi avvenuti durante le deportazioni, nelle prigioni o nei campi di concentramento iugoslavi.
Il treno, andando verso Trieste, passa al lato di tutto questo, i finestrini di sinistra a stretto contatto con le rocce che degradano verso l'Adriatico. Nelle curve e controcurve questo arrivare della montagna fino al mare crea dall'altro lato suggestioni panoramiche, azzurre come il mare in cui il Carso si perde.
Il promontorio di Grignano è una di queste, e viene ulteriormente impreziosito nella seconda metà del XIX secolo dal castello voluto dall'Arciduca Massimiliano, asburgico regalo alla moglie Carlotta del Belgio. Costruisce castello e parco, ricama di verde le bianche pareti della dimora con una grande varietà di piante scelte nei suoi viaggi intorno al mondo in qualità di ammiraglio della marina. Lo sperone su cui sorge affaccia su un mare terribilmente bello, tanto che un centinaio di anni dopo la costruzione della dimora, nel 1986, quelle acque diventano la prima riserva marina italiana, e viene affidata in gestione al WWF. In contropiede rispetto all'aura di sfortuna che porta con sé il castello (Massimiliano morì in Messico, fucilato da un plotone d'esecuzione mentre combatteva per esserne imperatore; Amedeo di Savoia-Aosta, successivo inquilino e viceré d'Etiopia, morì prigioniero degli inglesi in Kenya) la gestione di questo ecosistema è diventata un esempio nel suo genere, proponendo progetti di ricerca, di sensibilizzazione e di educazione ambientale. L'insieme di castello e riserva è una perfetta armonia tra la natura e l'opera dell'uomo.
La riserva si divide in più zone: la prima, di 30 ettari, è a protezione integrale per la massima salvaguardia della preziosa biodiversità presente, con particolare attenzione alla fascia tra la bassa e l'alta marea, in cui si trovano stratificati tutta una serie di organismi in base a quanto possono resistere fuori dall'acqua. La seconda, detta di “buffer”, è costituita da 90 ettari a protezione parziale come una cintura in cui vige il divieto di pesca professionale.
Passato il castello mancano 8 chilometri a Trieste, che raccoglie in sé tutte le caratteristiche del proprio golfo e le mette tutte in mostra; senza quel confine che schiaccia tutto questo in un litorale non sarebbe lo stesso. Anche il treno lo sa e il paesaggio si apre all'improvviso all'arrivo in stazione, per mostrare dopo le particolarità dei singoli la forza dell'insieme.
Per toccare con mano il territorio e sentirlo scorrere sotto le suole il golfo presenta una serie di itinerari che ne permettono una profonda esplorazione. L'Alta Via del Carso, sentiero CAI n°3, è uno spettacolare tracciato di 55 chilometri solitario e mozzafiato per la varietà di paesaggi, con lande, boscaglie e distese pietrose di calcare a susseguirsi senza mai stancare l'occhio del camminante. La Traversata Mediterranea si estende da Aurisina alla Val Rosandra, per un totale di circa 30 chilometri, buona parte dei quali prospicienti al mare.
È una passeggiata assolutamente turistica, che, anche nelle singole tappe, regala scorci della città di Trieste e del suo Golfo assolutamente indimenticabili. Alcuni tratti della traversata sono molto amati dai triestini e decisamente affollati durante la primavera, quando, dopo i lunghi mesi di freddo inverno, il desiderio di stare all’aperto si fa particolarmente sentire. Per ultimo, una della passeggiate più belle e suggestive che si affacciano sul golfo di Trieste è sicuramente quella che, a picco sul mare, collega Sistiana a Duino. Il sentiero prende il nome dal poeta R.M. Rilke che, ospite al castello di Duino all’inizio del secolo scorso, come già lo era stato Dante prima di lui, ivi compose le sue celeberrime “Elegie Duinesi”. E' questo un luogo tra storia e leggenda: è il primo castello dedicato al culto del dio Sole, ed a questo castello è legata la leggenda della dama bianca, ispirata da una roccia candida che, vista dal mare, sembra una figura femminile avvolta in un lungo velo. Narra di un sovrano malvagio che gettò la sua sposa da uno strapiombo e il cielo, impietosito dalle grida della fanciulla, la trasformò in pietra prima che toccasse l’acqua. Durante il percorso si incontrano inoltre postazioni belliche aperte sul mare e numerose sono le possibilità di abbandonare il sentiero per ritornare sulla strada statale.
Piazze sul mare e leggende misteriose: è Trieste
All'estremità meridionale del golfo, Trieste offre al turista una scelta di attività varia come le numerose dominazioni ed influssi che ne hanno fatto la storia. Piazza Grande, aperta sul mare, è il centro della città, ed una visita dal sapore architettonico, naso all'insù a vedere tutti i palazzi degni di nota, non può che iniziare da qui: Palazzo del governo, Palazzo Pitteri e Casa Stratti; il Palazzo Comunale, ornato dalla Torre dell’Orologio, sulla quale campeggiano due statue in bronzo raffiguranti Mikeze e Jakeze, i due personaggi del folklore triestino. E ancora il palazzo della Borsa Vecchia, attualmente sede della Camera di Commercio, di stile neoclassico: all’esterno del pianterreno presenta statue allegoriche raffiguranti l’Asia, Vulcano, Europa, Africa, Mercurio, America, e i bassorilievi rappresentanti il Commercio, la Navigazione, l’Industria e l’Abbondanza.
Il centro storico di Trieste si divide nel Borgo Teresiano o Città Nuova, che comprende tutta la zona del Canale, Giuseppino e Franceschino o della Barriera Nuova. Borgo Teresiano è lo storico quartiere così nominato da Maria Teresa d’Austria, che volle un lungo canale navigabile, il Canal grande, in modo da consentire ai velieri di fare ingresso nel cuore della città mercantile, a pochi passi dai magazzini, grazie ai ponti girevoli.
Interessante da un altro punto di vista, non può mancare anche il tour dei caffé storici: Caffè Tommaseo, il più antico, del 1830; Caffè San Marco del 1914, distrutto perché ritrovo degli irredentisti, divenne il luogo degli intellettuali, tra i quali Saba, Svevo, Giotti, James Joyce; Caffè degli specchi, il salotto buono della città.
Oltre a questi classicissimi del turismo triestino, ci sono due chicche che narrano un lato più nascosto della città. La prima è una un’iscrizione misteriosa conservata al Museo di Storia e Arte, recuperata da un edificio non più esistente. L’iscrizione è in “glagolitico”, un alfabeto slavo con lettere a caratteristici ghirigori, derivante dalle minuscole greche. Antonio Trebel, in una minuziosa descrizione urbanistica e storica del 1885, segnalava che i numeri civici 339 e 340, posti a destra della via in cui si trovava l’edificio che recava questa famosa iscrizione, facevano parte di quell’isola di caseggiati che si formò attorno al 1400, a ridosso delle antichissime mura romane. La casa dove secondo la leggenda ROTAT-OMNE-FATUM stava l’iscrizione glagolitica che nessuno seppe o volle mai decifrare, venne costruita nel 1448 da Pietro De Monticulis, detto Cancelliere. La casa in cui si trovava l’architrave fu purtroppo demolita tra le due guerre la porta fu accuratamente smontata e collocata presso l’Orto Lapidario, dove tuttora si trova. La seconda sono i sotterranei di Trieste: come tutte le città storiche, Trieste nasconde molti misteri che nascono dal sottosuolo. Esiste una vera e propria città sepolta, fatta di cunicoli scavati nel corso dei secoli, gallerie, tunnel, a volte strettissimi a volte ampi, passaggi misteriosi e segreti. Sulla parte oscura si narrano leggende incredibili, ma che forse tanto fantasiose non sono: una su tutte quella della Camera Rossa che si dice fosse utilizzata dal Tribunale dell’Inquisizione per giudicare gli eretici e torturarli rinchiudendoli in piccole e scomode celle. L’ubicazione è un mistero, alcuni ritengono si trovi sotto la Chiesa di Santa Maria Maggiore, nascosta da occhi indiscreti. Un fatto storicamente accertato è che durante la Seconda Guerra Mondiale i cunicoli erano usati dai nazisti come rifugi: la Kleine Berlin era una vera e propria fortezza sotterranea dove gli uomini potevano muoversi senza problemi nel sottosuolo della città, passando dalla zona della Gretta alle cantine del tribunale.
Lungo la strada del Terrano
L'influenza di varie culture, gli influssi continui per un confine storicamente mutevole hanno lasciato tracce anche nell'enogastronomia della zona: tra i primi piatti di tradizione mitteleuropea abbiamo la jota, una minestra di fagioli, crauti e patate, i gnochi de pan e i gnochi de susini; tra i contorni locali ricordiamo i bruscandoli (asparagi selvatici) e i capuzzi (crauti). I dolci sono per lo più di tradizione austroungarica: presnitz (dolce di sfoglia e frutta secca) e putizza (pasta morbida ripiena di frutta secca), struccolo de pomi (strudel alle mele), struccolo cotto (strudel alle noci), crostoli (chiacchiere veneziane), krapfen (bomboloni alla marmellata o alla crema), fritole (specie di piccola frittella) e pinza (corrisponde più o meno alla “brioche” francese).
Tra i vini caratteristici carsici vi sono il Terrano, la Malvasia e il Refosco. Per celebrare la produzione vinicola è stata istituita la Strada del Terrano, che, da Opicina a Sistiana, conduce nelle principali località di produzione vinicola: il Carso infatti è una delle realtà vinicole più singolari della penisola. Grazie a metodi di coltivazione all'avanguardia la caparbietà dei viticoltori ha avuto la meglio sulle non facili caratteristiche morfologiche di una regione, dove la roccia predomina sulla terra, rossa, ricca di ferro, ma povera d’acqua, e la bora, con le sue sferzate, la spazza via impoverendo ulteriormente le zolle. Oggi Ripidi pendii a picco sul mare, coltivati a mo' di terrazze (pastini), si alternano ad appezzamenti lussureggianti e morbidamente appoggiati alle colline, offrendo prodotti di altissima qualità. Non si può almeno una volta, non assaggiare i vini del Carso, meglio se in loco, in una delle numerose osmize che, a turno, accolgono turisti ed affezionati con i gustosissimi prodotti tipici abbinati, naturalmente alla Vitovska, alla Malvasia ed al Terrano.
Lorenzo Corbani
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